L'editoriale del direttore Elio Pariota: "Quel calcio così diverso"

Il calcio è business, solo business. Punto e basta. E’ dura accettare questa cinica verità. Inguaribili romantici del pallone noi tifosi crediamo ancora nelle favole e nell’attaccamento alla maglia. Idolatriamo questo o quel campione (ma sono davvero tali?) salvo patire delusioni cocenti incassando intollerabili voltafaccia. Eppure un tempo non lontanissimo il calcio era altro; il fuoriclasse era la bandiera della squadra, l’orgoglio della propria Società e l’idolo di un’intera città. Poi i giudici della Corte di Giustizia delle Comunità Europee ci misero lo zampino e sentenziarono che i calciatori professionisti aventi cittadinanza nell’UE alla scadenza contrattuale avrebbero potuto trasferirsi gratuitamente a un altro club. Correva l’anno 1995 e quella pronuncia passò alla storia come “sentenza Bosman” dal nome del semisconosciuto calciatore Jean Marc Bosman che l’aveva provocata e che ha finito per creare un terremoto nel mondo del pallone. Un ventenne di oggi strabuzzerebbe gli occhi nello scoprire che una volta si restava proprietà del proprio club dopo la scadenza del contratto; oppure che il ruolo dei procuratori - attraverso i quali i costi dei cartellini e degli ingaggi sono oggi saliti alle stelle – era assai circoscritto. Di questo dobbiamo tener conto quanto tacciamo di “tradimento” i nostri beniamini. I quali sono nient’altro che prodotti del mercato e si allocano dove sussistono le migliori condizioni di impiego. Cuore, passione, etica, statura morale, lasciamoli da parte. Quel calcio fatto di sudore e lealtà è scomparso da un pezzo.

Commenti

  • Foto di francesco pesce

    francesco pesce dice:

    Analisi condivisibile in generale ma se ci sono ancora casi differenti. Se si riferisce a un noto giocatore del napoli di oggi non condivido: se sai di essere un mercenario non ti fai leader e capo popolo e orgoglio di una città attaccando lo strapotere di una squadra per poi accettare il trasferimento proprio in quella squadra (sempre se è vero) in questo caso è uno scandalo e il giudizio sulla persona a mio avviso deve essere molto più pesante e non derubricato a miglior condizioni di impiego.

    17 Jul 2016 08:54
  • Foto di francesco fimmanò

    francesco fimmanò dice:

    firma completa dell'articolo precedente

    18 Jul 2016 10:52
  • Foto di francesco

    francesco dice:

    Caro Direttore da Componente della Corte federale FIGC devo convenire ed il problema si riflette anche sul piano anche giuridico oltre che sociologico, il contesto è infatti caratterizzato da una sorta di ibridazione ordinamentale, devono convivere nel rispetto dei principi costituzionali, le norme comuni di diritto civile e fallimentare, le norme speciali di diritto sportivo e le norme organizzative federali interne (c.d. NOIF) ed europee, cioè le disposizioni regolamentari delle singole federazioni (associazioni riconosciute) che evidentemente non possono che essere “conformi” alle leggi ed ai principi dell’ordinamento giuridico della Repubblica. Questo quadro complessivo, fondato sulla esigenza, anche normativa, di separare l’ambito dello sport dilettantistico da quello professionistico e da quello del calcio in particolare, in realtà ha risentito e tuttora risente di alcune palesi ambiguità. Le numerose vicende giudiziarie di questi ultimi quindici anni che hanno riguardato in particolare società calcistiche e Federazione di appartenenza rientrano, in realtà, nell’alveo più ampio della profonda crisi di identità che attraversa questa parte del mondo dello sport professionistico e quello del football in particolare. La crisi d’identità riguarda imprese che hanno voluto passare dal diritto speciale al diritto comune e che hanno aspirazioni opportunistiche e velleitarie di collocazione un limbo ove in virtù di provvedimenti normativi eccezionali possano godere di speciali prerogative, provvedimenti cui sono stati attribuiti non a caso nomignoli del tipo salvacalcio, spalmadebiti, stoppa-Tar e così via. Il fenomeno appartiene ad una tendenza più generale diretta a creare sempre più frequentemente categorie di soggetti i cui rapporti sono regolati da uno ius singulare. Fenomeno deprecabile, in quanto nel migliore dei casi, finisce per originare privilegi e discriminazioni. In taluni casi, poi, non è tanto la ponderata volontà di sottrarre alla disciplina comune determinati soggetti a spingere il legislatore sulla strada della riforma, bensì l’incapacità a resistere alla pressione di gruppi organizzati, che spesso emotivamente e prepotentemente, chiedono e invocano questa o quella riforma. In tal modo, il potere legislativo, sollecitato da spinte corporative, si muove male e si trasforma, come sul dirsi in una machine a faire lois . Più volte è stata proposta in passato una radicale novella alla legge n. 91 come emendata nel 1996, che ha determinato una gestione del settore priva di controlli efficaci . L’art. 10 è quello che, novellato nel 1996, introducendo il fine di lucro e la conseguente possibilità delle società sportive anche di quotarsi in mercati regolamentati , ha svincolato le società dall’obbligo del reinvestimento degli utili nell’attività sportiva ha esaltato il carattere imprenditoriale delle stesse, con rilevanti conseguenze per l’intero sistema. In uno scenario in cui la scarsa patrimonializzazione delle società (a differenza ad esempio delle concorrenti inglesi proprietarie innanzitutto degli impianti sportivi ) e l’esiguità di ricavi accessori all’attività sportiva (provenienti dal merchandising, licensing, etc.) espone gli investitori all’alea dei risultati delle singole partite. La questione della proprietà e dell’organizzazione degli stadi (peraltro connessa alla emergenza della sicurezz), dei diritti televisivi e della complessiva mancata “aziendalizzazione”, lascia tuttora la sorte delle società alle mere possibilità patrimoniali dell’azionista. Al di la degli sforzi di introdurre meccanismi di salary cap e di fair play finanziario è ancora diffusa la logica della mera “vetrina” per l’azionista e non della capacità reddituale dell’impresa. Qualche anno fa in occasione dei celebri crack Parmalat e Cirio e con essi delle collegate società Lazio e Parma calcio, il Wall Street Journal Europe ha rappresentato l’intreccio, anche un pò provinciale, di interessi finanziari, industriali, politici e sportivi, richiamando Lorenzo de’ Medici e facendone un paragone con le complicità che hanno creato i mostri Parmalat e Cirio e ravvisava nello scandalo peculiarità tipicamente italiane con al centro le figure di questa sorta di baroni, adulati spesso senza ritegno indipendentemente dalla effettiva abilità imprenditoriale, e la cui manifestazione più eclatante e provinciale è emblematicamente rappresentata dal possesso della squadra calcistica cittadina . Le società sono state così indotte a indebitarsi oltre misura allo scopo di avere nel breve-medio tempo un ritorno economico tale da risollevare la propria capacità finanziaria e raggiungere un saldo attivo. Un quadro del genere abbinato agli effetti della famigerata sentenza Bosman, anche sul bilancio , ha prodotto una situazione spesso preoccupante. L’assetto è stato caratterizzato per anni da norme organizzative che lasciavano un elevato grado di discrezionalità nelle decisioni di autogoverno. Il metodo, poi, di regolamentare ex post, alla luce di specifiche esperienze non è stato adeguato ai tempi: si pensi al c.d. Lodo Petrucci concepito, male, dopo il caso Fiorentina ; oppure al c.d. LODO Napoli, od alla inapplicabilità di quest’ultima norma ai fallimenti dichiarati dopo la realizzazione dei calendari di lega (ci riferiamo ai casi successivi di Salernitana, Torino, Perugia, Messina, etc.). Si tratte di “toppe” che volta per volta hanno mostrato inevitabilmente la tipica debolezza della norma del caso concreto. Piuttosto che agitare all’infinito la ormai datata sentenza Bosman come alibi ad una gestione dilettantistica di un settore così importante della vita, anche economica, oltre che sociale del Paese, tale sentenza avrebbe dovuto rappresentare uno stimolo alla trasformazione “sistemica”. Alla fine dell’era del dilettantismo calcistico avrebbe dovuto seguire rapidamente quello delle relative forme di gestione delle società tenendo conto ormai del contesto, almeno europeo, di riferimento e dei relativi principi di libera circolazione . Delle due l’una: o bisogna considerare queste imprese “di spettacolo” come tali a prescindere dall’oggetto peculiare dell’attività o va riconsiderata l’introduzione dell’obbligo di reinvestire gli utili per il perseguimento esclusivo dell’attività sportiva in modo da rendere anche più tollerabile un atteggiamento di favor normativo e fiscale anche in sede comunitaria. La sostanziale bocciatura all’epoca del c.d. decreto salvacalcio da parte della Commissione europea, in quanto contrario alle norme comunitarie sulla concorrenza appare ineccepibile . Orbene una scelta normativa di fondo tra le due opzioni non può non tener conto del rilievo economico del comparto. Nel 2012 il valore della produzione del calcio professionistico in Italia è stato di 2,660 miliardi di euro con costi complessivi del sistema che hanno superato il fatturato totale, attestandosi a 3,018 miliardi euro. Soltanto 22 club (il 18% del totale) hanno chiuso il bilancio con un utile. La perdita si è tradotta in un notevole incremento dell'indebitamento che a fine anno ha sfiorato i 3,5 miliardi di euro che ha riguardato soprattutto le principali società della massima serie . Per ragioni di questo tipo, il Comitato esecutivo della UEFA, già a settembre 2009, ha emanato il Financial Fair Play Concept, un corpus di regole in vigore a partire dal 2012 che devono essere osservate dalle squadre partecipanti alle competizioni europee. Gli obiettivi dell’Uefa sono quelli di: incentivare i club ad operare sulla base dei propri ricavi; introdurre una maggiore razionalità nei conti; proteggere appunto i creditori delle squadre nella prospettiva di potenziali crisi . A tal fine è stato ideato un modello basato su due principi: il break-even requirement (il conseguimento del pareggio tra ricavi e costi) e il no overdue payables (la verifica tempestiva della regolarità dei pagamenti, una sorta di sistema “ad hoc” di allerta e prevenzione) . Con l’entrata in vigore del fair play finanziario, quindi, da un lato i club dovranno rivedere le proprie linee guida gestionali, dall’altro le federazioni nazionali e quella europea dovranno dedicare maggiori attenzioni al processo di monitoraggio che eseguono sui club, nella logica e con il rigore che guida tutti gli altri comparti economici a tutela del mercato, della concorrenza e degli stakeholders (creditori in testa). Nella stessa logica bisogna rendere sempre più le Federazioni, o almeno quello che gestiscono gli sport professionistici più importanti vere e proprie Autorità indipendenti di regolamentazione del settore, onerarle di obblighi e poteri di indagine ancora più penetranti sulle società . Allo stato, ad esempio, l’attività federale è limitata alla sola possibilità di richiedere, ex art. 2409 c.c. , l’intervento dell’autorità giudiziaria , mentre prima le Federazioni potevano direttamente promuovere la messa in liquidazione, come capita ad esempio nel settore bancario od assicurativo. Ed infatti al riguardo una certa giurisprudenza in passato aveva rilevato che “il tribunale è tenuto ad accogliere la domanda avanzata dalla Figc di revoca della liquidazione di una società calcistica senza necessità di accertare l’eliminazione delle gravi irregolarità di gestione denunziate, risultando nell'esclusiva disponibilità della federazione la sanzione dello scioglimento della società, tanto nel momento genetico dell'irrogazione della misura punitiva quanto ai fini del suo protrarsi” .

    18 Jul 2016 10:51

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