Minerva, l’università che lancia la sfida a Harvard. Con la tecnologia

Minerva, dea della saggezza e dell’ingegno: c’è anche un pizzico di mitologia romana in un ambizioso progetto, tutto americano, che punta a «rifondare il sistema di istruzione superiore», creando da zero una Harvard «accessibile a tutti». Ma anche se Minerva non dovesse riuscire nella titanica impresa di incrinare il prestigio delle Ivy League (le migliori università Usa), avrà fatto tremare i polsi a più di un ateneo tradizionale. Avventura pionieristica, 28 studenti in «fase beta», la nuova università – nata nel settembre 2014 su iniziativa di un ex manager dell’economia digitale – punta ad attirare «le menti più brillanti e gli allievi più motivati del mondo»; a formare «futuri leader, innovatori, studenti responsabili del proprio apprendimento», si legge sul sito. A costi del 50% inferiori rispetto alle università «bricks and mortar». Tecnologia e contenuti Ben Nelson, il fondatore, ex studente della Penn University sognava un nuovo modo di studiare e di insegnare, diverso dal rito della lezione frontale-ripetizione del libro, mal sopportato da allievi annoiati, che siedono in aule affollate, passivi come secchi da riempire. Il suo sogno ha preso la forma di una piattaforma tecnologica (Active Learning Forum), che è il motore della nuova università, che offre corsi solo online. Il curriculum, strutturato da un team di accademici e pedagogisti, punta su quattro «cournerstone courses», corrispondenti ad altrettante capacità da affinare: pensiero critico, pensiero creativo, comunicazione e interazione efficace. Le lezioni All’ora stabilita e ovunque si trovi, il docente accende il computer e dà inizio alle lezioni in videochat. I seminari - così chiamano le lezioni alla Minerva School - sono rivolti a una classe ristretta di allievi (massimo venti), che li possono seguire indifferentemente dalla loro stanza o dal parco. Non c’è bisogno di fare l’appello: i volti dei ragazzi collegati compaiono sullo schermo del prof, che può interagire direttamente con loro o metterli in collegamento per dibattiti live e lavori di gruppo. Prima un rapido test di verifica delle nozioni acquisite, poi la lezione, con interventi e discussioni in diretta. «Il sistema consente valutazioni istantanee dei contributi dei ragazzi – spiega Stephen Kosslyn, uno dei fondatori e preside della facoltà di scienze sociali ad Harvard – e il professore può verificare, attraverso le conversazioni, livello di comprensione, difficoltà e aree da migliorare». L’«antidoto» ai Mooc Niente a che vedere con i Mooc, i Massive online open courses, aperti e di massa, accessibili via web e spesso gratuiti. Che producono statistiche deludenti: pochi di quelli che iniziano i corsi arrivano in fondo (il 5%), pochissimi quelli che passano gli esami. D’altronde, i video disponibili online sono «solo un diverso modo di somministrare le lezioni», sostiene Nelson. Togliere, per aggiungere l’essenziale Diversa la filosofia di Minerva. Che parte dall’idea di «sottrarre» (lezioni frontali e corsi introduttivi, aule e strutture sportive) così da poter tagliare la retta, che passa da 30-50mila a 10mila dollari l’anno (più spese di alloggio per 18mila dollari). «Tolto il superfluo, aggiungiamo l’essenziale», dice il fondatore: tecnologia e apprendimento attivo; un piano di studi ridisegnato, con i classicimajors, dall’economia all’arte, più i cournerstone courses, pietre miliari della formazione. E un’esperienza di vita multiculturale: il primo anno gli studenti alloggiano in una residenza-campus a San Francisco; dal secondo cambiano città, a rotazione, ogni sei mesi: Berlino e Buenos Aires; Hong Kong e Mumbai; Londra e New York. Alloggiano in palazzine con stanze private e spazi comuni e si integrano con la comunità locale. Niente corsi di lingua, si impara per «immersione» nella cultura del luogo. Niente squadre sportive, si partecipa alle attività dei coetanei in città. Nessuna confraternita, ma servizi alle comunità. Il 2% Il modello Minerva avrà successo? In attesa di scoprirlo, le application volano: per l’anno 2015/16 hanno fatto domanda 11mila ragazzi di tutto il mondo (2.500 l’anno scorso). Solo il 2% passerà le selezioni Fonte: www.corriere.it

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