L'editoriale del direttore Elio Pariota: "Le paure globali degli europei"

Un milione di firme per dire no al Ttip, acronimo di Transatlantic Trade and Investment Partnership, il Trattato che mira a far diventare Europa, Canada e Stati Uniti un gigantesco mercato da oltre un milione di consumatori. Di cosa hanno paura i firmatari del documento? Con questo accordo - tuonano - vanno a farsi benedire le specificità delle produzioni locali. Per fare un esempio, in ambito agroalimentare sulle nostre tavole finirebbero prodotti geneticamente modificati, imbottiti di ormoni o di chissà cos’altro. Giusta o sbagliata che sia la protesta va avanti e le autorità di Bruxelles alla lunga non potranno non tenerne conto. Perché se a queste paure si sovrappongono quelle legate agli effetti di una interminabile crisi economica, all’incubo occupazionale, alla fobia verso gli immigrati, la miscela diventa esplosiva. E a nulla vale far  notare che per l’Europa il Ttip significa benefici pari a 120 miliardi di euro all’anno. La paura è più forte. Già, la paura…. Come ricorda una celebre frase di Nelson Mandela “E’ la nostra luce, non la nostra ombra, a spaventarci di più”.

Commenti

  • Foto di Marcello Giacomantonio

    Marcello Giacomantonio dice:

    Caro Direttore, credo che da quando abbiamo intrapreso la strada della globalizzazione, implicitamente abbiamo compiuto una scelta irreversibile: quella di superare le diffidenze verso gli investitori e i prodotti stranieri semplicemente cercando di essere più bravi di loro, avendo chiaro quale sia il core business del nostro Paese e difendendolo strenuamente con la nostra intelligenza e la nostra creatività, oltre che con le leggi e gli accordi internazionali. Inevitabilmente la globalizzazione passa attraverso accordi concreti e mirati come il TTIP, se è vero che grazie a questi accordi, una famiglia media europea beneficerebbe ogni anno di oltre 500 €, grazie ai forti stimoli che ne deriverebbero ai mercati. Ma perchè la statistica sia giusta (e non quella dei due polli) anche noi dovremo fare la nostra parte. Dovremo cercare di abbattere le barriere interne allo sviluppo, rendere la scuola e l'univeristà più efficienti, ridurre i tempi abnormi della giustizia civile ... in una parola dovremo diventare una società più moderna, competitiva con i nostri cugini europei. Ci stiamo provando, ma ora forse è il momento di concentrarci tutti su questo obiettivo, se non vogliamo che ogni cittadino europeo arrivi a mangiare un pollo a testa, ma qualcun'altro si stia mangiando anche il nostro! (se vogliamo approfondire possiamo partire da qui http://ec.europa.eu/trade/policy/in-focus/ttip/about-ttip/index_it.htm)

    06 Dec 2014 15:57
  • Foto di Daniela Caruso

    Daniela Caruso dice:

    Un mercato così vasto non rappresenta un male in sé, perché ha una potenzialità enorme. Il problema è piuttosto di tipo etico: secondo quali parametri sarà gestito? Chi ne beneficerà veramente? E, soprattutto, quale ruolo avranno i paesi meno avanzati tra cui l'Italia? E quali i benefici per questi ultimi? Lo sviluppo globale non può andare lontano se, all'interno di certe aree, le velocità sono molto diverse. Forse puntare sullo sviluppo locale e sul potenziamento di risorse e talenti nazionali sarebbe più auspicabile, soprattutto al fine di promuovere la diversità e la specificità in un ottica post-moderna. Cioè globale!

    10 Dec 2014 15:14

Lascia un commento

La tua email non sarà pubblicata. I campi obbligatori sono contrassegnati dal simbolo *